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“Il mondo di oggi ascolta più volentieri i testimoni che i maestri; e,
quando ascolta i maestri, lo fa perché sono anche testimoni”.
Carissime Sorelle e fratelli della Famiglia Paolini,, riuniti in questa
splendida chiesa per celebrare una solennità tanto grande e, nello stesso
tempo, tanto intima: questo pensiero di Paolo VI, che ho citato, illumina
in pienezza il senso della festa che stiamo vivendo.
Oggi, con rinnovato fervore, fissiamo il nostro sguardo su Gesù Divino
Maestro e ancora una volta contempliamo in lui, come in nessun altro, il
realizzarsi di quelle profetiche parole di Papa Montini.
I. In Gesù, infatti, insegnamento e testimonianza coincidono a tal punto
da identificarsi: egli è il Maestro che pronunzia parole serene e
autorevoli ed è la stessa Parola che, diventando carne, si propone come
Modello per ogni cammino di umana salvezza.
A differenza dei maestri che lo hanno preceduto e di quelli che lo hanno
seguito, il «rabbi» Gesù certamente insegna una dottrina
Questa è, almeno in parte, ereditata da una tradizione, quella dell'Antico
Testamento, alla quale tuttavia gli imprime un carattere di assoluta
originalità interpretativa, presentando se stesso come il compimento di
tutti i valori e di tutte le attese non solo del suo popolo, ma
dell'intera umanità: «Leggete le Scritture», dice Gesù, «perché esse
parlano di me» (cf Gv 5,39).
Ma l'insegnamento più profondo il Divino Maestro lo offre nel mistero
della sua Pasqua di umiliazione e di gloria: allora si aprirono gli occhi
interiori dei suoi amici ed essi «compresero le Scritture» (cf Lc 24,
31-32). È dunque la vita di Gesù che è insegnamento e non solo i suoi pur
mirabili discorsi. E la pienezza del suo insegnamento è la sua morte e
risurrezione.
Più che insegnare una dottrina, dunque, il Profeta di Nazareth, annunziato
da Mosè, «insegna se stesso», mostrando in tal modo che ogni umano sapere
è un frammento della sua sapienza. La sua dottrina altro non è che la sua
Persona.
È lui che, con somma autorità e libertà, sceglie i suoi alunni e li lega a
sé per sempre: «Uno solo è il vostro maestro». Perciò coloro che, nella
fede, decidono di seguirlo vengono giustamente chiamati «discepoli», cioè
coloro che imparano da lui, i suoi alunni, quelli che frequentano la
scuola diretta da lui.
II. Come ben sappiamo, lo scopo principale di ogni esperienza didattica e
pedagogica non è tanto quello di trasmettere delle conoscenze alle nuove
generazioni, quanto piuttosto di avviare i giovani verso un processo di
maturazione consapevole e motivato,
• sia facendo emergere dal loro tessuto psico-fisico le qualità personali
e le naturali
potenzialità,
• sia comunicando loro un mondo di valori consegnatici da una storia
vissuta e tematizzata,
• sia soprattutto stimolando in loro decisioni libere e coscienti.
È proprio all'interno di questa dinamica educativa che Gesù introduce il
suo magistero.
Anche per lui, anzi particolarmente per lui, l'elemento decisivo della
pedagogia è il dialogo interpersonale: a lui interessano sì le strutture e
le prestazioni funzionali, ma soprattutto interessano le persone.
La singola persona e la sua dignità, non in opposizione alla comunità
degli uomini, ma in costante interazione e integrazione con essa: è questo
il cuore dell'insegnamento del maestro Gesù.
Per quanto piccolo, svantaggiato, povero, malato, carcerato, delinquente e
peccatore l'uomo possa essere, egli conserva una dignità infinita, perché
è statocreato a immagine e somiglianza di Dio ed è chiamato a diventare
figlio di Dio.
Gesù perciò
• si accosta a noi, a ciascuno di noi, con la dolcezza della sua chiamata;
• con la luce della rivelazione ci aiuta a identificare i principali
nuclei intorno ai quali costruire la nostra personalità;
• ci accompagna con la sua misericordiosa comprensione affinché possiamo
superare gli stadi più infantili e immaturi del nostro cammino,
l'istintività egocentrica e dispersiva, l'esasperato individualismo,
l'esagerato attaccamento al formalismo e all'esteriorità, la diffidenza
verso tutto ciò che non rientra nei nostri schemi prefissati e
semplicistici;
• ci incoraggia a sviluppare il senso della «responsabilità», cioè la
capacità di rispondere ai doni e ai suggerimenti che lui ci offre
attraverso le vicende della vita;
• ci motiva nella rinunzia, nel dolore e nel fallimento;
• ci stimola ad assumere impegni stabili e definitivi, affinché la nostra
esistenza sia
strutturata in modo produttivo e intelligente.
Alla sua scuola la nostra personalità viene armonizzata nelle varie
componenti umane e soprannaturali, perché ogni suo discepolo possa
evolversi in una coerenza unificante, possa cioè «essere se stesso» nelle
diverse situazioni ed esperienze in cui il ritmo della vita lo conduce.
Alla scuola della sua testimonianza e della sua parola, la nostra volontà
viene strappata all'insensibilità e all'indifferenza e si apre alla
presenza degli altri, che accogliamo nella loro diversità in una relazione
disponibile e generosa.
Tutto ciò è mirabilmente espresso nella II Lettera di Pietro: noi abbiamo
ascoltato una voce che proveniva dal cuore stesso di Dio Padre e ci
presentava il Figlio come restauratore definitivo della nostra vita
dispersa. «E così abbiamo una conferma migliore della parola dei profeti»
e di tutti i possibili docenti che attraverseranno la nostra storia.
E Pietro parlava per esperienza: non solo l'esperienza di quel giorno «sul
santo monte» della Trasfigurazione, ma l'esperienza di tutti i giorni
vissuti con il Maestro, che proprio nel Pescatore di Galilea ha compiuto
il progetto educativo più documentato nei Vangeli: tutto il suo itinerario
esistenziale è compreso nella parola «seguimi», che contraddistingue con
straordinaria incisività l'essenza del discepolato.
III. Tutto questo è vero, ma forse è ancora insufficiente.
Gesù, infatti, non esaurisce il suo intervento educativo nei nostri
confronti limitandosi alla sfera della parola e della testimonianza. Se
così fosse, egli agirebbe come qualsiasi altro maestro che fosse coerente
con la propria dottrina: l'esempio di Socrate, in questo senso, è
illuminante.
No. Gesù agisce anche e soprattutto all'interno delle nostre coscienze,
• prevenendo i nostri passi,
• accompagnando il nostro cammino,
• sanando le nostre incoerenze,
• modellandoci secondo il suo cuore, affinché ognuno di noi raggiunga,
come dice il vostro grande patrono S. Paolo, lo «stato dell'uomo perfetto,
nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13).
Gesù è il Maestro interiore.
Mediante l'azione della sua grazia che è lo Spirito Santo, egli, risorto e
nostro eterno contemporaneo, continua ad intrecciarsi e ad amalgamarsi con
le nostre vite.
I sacramenti, sgorgati dal suo cuore aperto, continuamente rinnovano in
noi la sua amorosa presenza e ci trasformano in lui.
È il grande mistero della «cristificazione». «Non sono più io che vivo, ma
Cristo vive in me» (Gal 2, 20):
• il mio mondo interiore,
• i miei più profondi desideri,
• il progetto che vorrei compiere nella mia vita,
• l'immagine intima che ho di me stesso,
• la dinamica del sapere e dell'agire,
• le mie inclinazioni naturali, ...,
• in una parola «io», incorporato a Gesù nel battesimo, vengo coinvolto in
un movimento di elevazione e di crescita al di là di ogni umana
possibilità di comprensione.
In tutto ciò io trovo la mia vera identità. Gesù, infatti, non solo «dice»
la verità su di me; ma egli, che «è» la verità, è anche la «mia» verità.
Il destino più tragico che possa toccare ad una persona è smarrire ciò che
interessa alla propria vita, per disperdersi in esperienze futili o
addirittura dannose: problematica quanto mai attuale nel mondo di oggi,
soprattutto nei giovani, tanto spesso segnati da frustranti delusioni ed
effimere progettualità.
La verità su se stessi, invece, quella verità insegnata, testimoniata e
vivificata da Cristo in me, mi conduce all'autonomia: se « è Cristo che
vive in me», io non dipendo più dalle circostanze esterne né dai miei
umori transitori, dai capricci, dagli stati d'animo distruttivi, dalle
mode, ecc., perché sono in grado di autodeterminarmi; posso così uscire
dal l'indifferentismo teorico e pratico, posso spezzare la schiavitù della
tristezza e del pessimismo e guardare la realtà di me stesso e del mondo
nell'ottica della positività, della creatività e della speranza.
Gesù è il Maestro e noi siamo i suoi discepoli.
Ma non basta chiamarlo Maestro.
Anche Giuda nell'Orto degli ulivi gli attribuisce questo titolo: «"Salve,
Rabbì!". E lo baciò» (Mt 26, 49).
Dobbiamo ascoltare il Divino Maestro.
Dobbiamo farci educare da lui.
Non come Giuda, il discepolo che non fu disponibile, ma come i santi di
tutti i luoghi e di tutti i tempi: ognuno ha avuto le sue peculiari
caratteristiche umane e soprannaturali, ma tutti hanno avuto la
caratteristica di lasciarsi formare da Gesù fino a trasformarsi in
un'immagine vivente di lui.
Come i beati e i venerabili della vostra ancora giovane Famiglia
religiosa.
Come Maria, la prima e la più perfetta discepola del Figlio.
Tra le sue braccia materne (lo contempliamo nello splendido mosaico) lei,
Sede e Trono della Sapienza incarnata, accolga i nostri propositi e
confermi i nostri cuori alla scuola del suo Figlio, Via, Verità e Vita,
Divino Maestro e Testimone d'amore.
Amen.
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