SINTESI DESCRITTIVA DELL’ICONA
Sr. M. Regina Cesarato, pddm

 

 

La ricerca teologico-carismatica per l’iconografia della chiesa dedicata a Nostro Signore Gesù Cristo Divino Maestro, situata sul Colle Portuense, a Roma, è stata orientata da un duplice obiettivo. Si trattava infatti di creare una sintesi tra la soluzione architettonica/spaziale già esistente e l’adeguamento dell’aula che si è concluso con il Rito della Dedicazione della Chiesa e dell’Altare e anche di visualizzare una sintesi della spiritualità consegnata alla Famiglia Paolina con il carisma del suo Fondatore, il venerabile Don Giacomo Alberione. Dal dono di questa vitalità vivono le comunità delle Pie Discepole del Divin Maestro che trovano in questa chiesa, per volere del Fondatore, il centro dinamico della loro vita e missione.

 

L’icona, opera di Sr M. Agar Loche, è costruita su una struttura geometrica che scaturisce dallo studio della pianta della chiesa, perché lo spazio/chiesa è il luogo dove il popolo di Dio si raduna per azione dello Spirito, diventando Corpo del Signore e immagine della Sposa che celebra il suo Sposo (cf Rito della Dedicazione). Essa è essenzialmente un’icona liturgica, memoria visiva del Mistero e specchio della comunità che celebra in questo luogo.

Tutta la superficie, organizzata come un Cosmo vivificato dal dinamismo dello Spirito Santo, è ordinata in composizioni geometriche: cerchio – triangolo – quadrato, perché “Tutto ciò che era in disordine – scrive lo Pseudo Dionigi – si mette in ordine”. La geometria compositiva dell’icona è costruita numericamente con l’otto moltiplicato per tre, sottolineando così la valenza pasquale portata alla perfezione (cf Le catechesi battesimali dei Padri della Chiesa).

La vetrata che sovrasta il mosaico celebra il librarsi dello Spirito (Gen 1,2) sulla creazione che passa dal caos al cosmo e ci introduce nella contemplazione dell’ineffabile e dell’invisibile Dio. I colori e le linee scendono in modo pacato sulla parete dando volto alla presenza indicibile del Dio tre volte santo, nella icona di Gesù Cristo Signore e Maestro (cf Eb 1,3). Il Figlio di Dio fatto carne (cf Gv 1,14) nel grembo purissimo di Maria di Nazaret, è sempre rivolto verso il cuore del Padre (cf Gv 1,18), amore fontale che lo avvolge e lo genera eternamente (mandorla).

 

Nell’icona il Divino Maestro costituito per sempre Re, Profeta e Sacerdote, si presenta alla comunità dei credenti con i segni gloriosi della sua Passione (cf Gv 20,19-28) assiso sul trono della Croce gloriosa per indicare che la suprema cattedra del suo magistero è l’amore che consegna la vita (cf Gv 13,12-17; 15,13). Il Mistero Eucaristico qui celebrato, adorato e vissuto, ne è perpetuo memoriale.

La contemplazione dell’icona trasforma il nostro “guardare” nell’esperienza del “sentirsi guardati” per cui, sguardo nello sguardo (cf 2Cor 4,6), lasciando pregare lo Spirito in noi che grida: Abbà-Padre (cf Rom 8,14-17) avviene la fondamentale e salvifica comunicazione per la quale veniamo purificati e introdotti, per mezzo di Cristo, nel mistero della vita trinitaria come dono di libertà piena nella figliolanza.

Gli occhi del Cristo glorioso (cf Ap 1,14) coincidono, nella geometria sottostante all’icona, con il “fuoco” dell’ellisse poiché innestati e fondati in Lui, siamo ormai fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce (cf Col 1,12-14; Ef 1,18-23).

Le braccia di Gesù Cristo Maestro, aperte sul grande cerchio che si eleva verso l’alto, sorreggono tutta la storia della salvezza raccontata nelle vetrate, perché solo in Lui si ricapitolano tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, quelle visibili e quelle invisibili (Ef 1,3-23).

Sulla veste sfolgorante del Cristo glorioso e trasfigurato (cf Lc 9,28-36), scende la stola come un fluire inarrestabile dei fiumi di grazia (cf Ap 22,1-2) che scaturiscono dal suo costato aperto, da cui è generata la Chiesa sposa (cf Gv 19,31-37) e si riversano in abbondanti ricchezze su di noi (cf Ef 2,4-7) che celebriamo i divini misteri. Sulla mano sinistra il Divino Maestro stringe il cartiglio con la formula (Gv 14,6) che rivela e sintetizza il compimento del progetto salvifico del Padre sull’umanità. In Gesù Cristo rivelatosi come Via, Verità e Vita, si compiono tutte le profezie della Prima Alleanza e trova significato la storia del popolo di Israele e dell’intera umanità (cf Ap 5,1-14).

Don Giacomo Alberione nel suo progetto di un’Enciclopedia per glorificare Gesù Maestro “in cui ogni uomo raggiunge la sua più alta personalità e in cui l’umanità trova verità, giustizia e pace” aveva intravisto la rivelazione completa del magistero del Figlio di Dio immerso nell’indicibile Vita Trinitaria e comunicato nella storia salvifica.     

Dall’asse orizzontale della croce, in un movimento discendente, partono due rette che, intersecando i raggi del cerchio inferiore dell’ellisse, si congiungono in un punto d’incontro tra cielo e terra (onphalos) che corrisponde, nell’icona, al grembo della Madre di Dio, da cui viene generato il Verbo della Vita affinché tutti ricevessimo l’adozione a figli (cf Gal 4,4-5). Il punto centrale della parete corrisponde invece agli occhi della Vergine.

La Vergine Madre di Dio è immagine e profezia della Chiesa e del destino umano che ritrova la sua originaria armonia nel progetto di Dio (cf Lumen Gentium, VIII). Costruita su otto cerchi, numero della creazione nuova e indicazione del giorno che non conosce tramonto, raccoglie maternamente gli uomini e le donne di ogni razza e cultura per annunciare loro l’unica cosa necessaria alla salvezza in Cristo suo Figlio:“Fate quello che Egli vi dirà” (Gv 2,5).

Inscritta geometricamente sul numero dodici, indica il compimento escatologico di Israele e della Chiesa. La Vergine Madre infatti è vestita splendidamente, come una sposa pronta per il banchetto di nozze (Ap 19,8-9; Sal 45,14-16) fecondata dal Sangue della croce nell’ora del Figlio che diventa anche sua. Per questo associarsi intimamente al mistero pasquale del Figlio, è posta con Lui tra l’umanità e il Padre, nell’atteggiamento orante dell’accoglienza e del dono (cf Gv 19,25-27; Atti 1,12-14).

Vera Figlia di Sion, costituita Madre, Maestra e Regina degli Apostoli e dell’umanità, Maria è avvolta dal manto come da una tenda, (cf Es 13,22) adombrata dallo Spirito Santo e abitata dal Dio Altissimo (cf Lc 1,26-38). Arca dell’Alleanza definitiva, scende ancora verso di noi, pellegrini nella storia, per portarci la grazia della visita di Dio (Cf Lc 1,39-56). Sede della divina sapienza ci precede nell’itinerario della fede e dell’evangelizzazione perché il mondo intero accolga Gesù Cristo come Maestro e Pastore Via, Verità e Vita (cf  Gv 10,1-18; 13,13; 14,6). Questa visione grandiosa della storia della salvezza che congiunge l’inizio e la fine, viene mutuata dalla Via Humanitatis di don Giacomo Alberione che la sottotitola: “Per Mariam: in Christo et in Ecclesia”.

 

Avvolte nello stesso mistero e situate nella zona inferiore dell’icona, si distaccano la figura dell’apostolo Paolo e quella del discepolo amato secondo la tradizione dell’evangelo di Giovanni. Entrambi rimandano la comunità che prega in questa chiesa ai due fondamentali e inseparabili atteggiamenti propri del discepolato cristiano e cioè la mistica e il servizio (cf Gv 12,1-11; Lc 10,25-42; Rm 12,1-21). Nell’itinerario cristiano e dunque nella formazione dei membri della Famiglia Paolina, i testi del IV Vangelo e delle lettere di San Paolo rappresentano l’ultima tappa della configurazione a Cristo, nella piena maturità che permette allo Spirito di generare altri fratelli e sorelle alla fede, per la grazia dell’apostolato.

Questa pedagogia segnata nell’icona dal grande cerchio rotante, scaturisce dall’anno liturgico nella frequentazione amorosa delle Sante Scritture, dell’esperienza sacramentale e liturgica della Chiesa e da un intensa vita di carità.

Le due figure sono poste specularmente sullo stesso piano, nell’intento di rivelarsi reciprocamente l’altra faccia di un amore assoluto per Cristo e per la causa della sua signoria nella storia (cf Mt 5,1-11).

 

A destra sta rapito il discepolo amato attratto dal vortice del mistero trinitario che risplende in Gesù Maestro e Signore e si riverbera sulla Madre di Dio e dell’umanità.

Questo discepolo che Gesù amava, senza nome per dare a ciascuno la possibilità di mettere il proprio, conosceva per “esperienza” le profondità abissali e le esigenze dell’amore di Cristo culminanti nella notte dell’ultima cena pasquale (Gv 13,23-26) quando gli era stato dato di stare sul petto di quel Figlio che a sua volta è sempre rivolto verso il cuore del Padre (cf Gv 1,18). E’ sempre l’amore che regge ai piedi della croce e accoglie la Madre (cf Gv 19,25-27) nell’ora suprema del dono. Il mattino di Pasqua Egli, correndo, arriva per primo al sepolcro, per cui di quel discepolo amato si dice che “vide e credette” (Gv 20,1-10) come all’apparire del Risorto sulla riva del lago di Galilea (Gv 21,1-25) dopo una notte infruttuosa di fatica apostolica. La Chiesa di Pietro e di Paolo e ogni comunità che celebra e vive la propria fede, si specchia e si identifica in questo amore dato e ricevuto gratuitamente..

 

A sinistra, guardando l’icona, l’Apostolo Paolo si rivolge all’assemblea e sembra voler scendere dalla parete a mosaico contagiando tutti con l’urgenza della sua carità (cf 2Cor 5,14-17) nell’annuncio dell’Evangelo (cf Rom 1,1-6).

Egli che poté affermare in verità la propria configurazione a Cristo secondo la dicitura del Libro (Gal 2,19-20) che stringe con forza sul cuore con la mano sinistra, alza la mano destra per indicare il mistero nascosto nei secoli ma ora rivelato pienamente (cf Ef 3,1-21) della chiamata universale alla salvezza in Gesù Signore. Saulo trasformato nell’incontro impetuoso con Gesù risorto sulla strada di Damasco (cf Gal 1,11-24; Atti 9,1-19) dove gli si era mostrato vivo e perseguitato nei membri della comunità, non vorrà conoscere e annunciare altri all’infuori di Lui. Sempre proteso in avanti, dopo aver combattuto la buona battaglia e terminata la corsa Paolo con il martirio ha accettato di spargere il proprio sangue in libagione (cf 2Tim 4,6-8) perché niente e nessuno ha mai potuto separarlo dall’amore di Cristo.