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Giovedì, 04 Maggio 2017 12:17

La nostra missione alla luce di Evangelii gaudium

Relazione di Fratel Enzo Biemmi, FSF


Introduzione: L’orizzonte di Evangelii gaudium

Evangelii gaudium ha sorpreso un po’ tutti, come spesso sorprende la sua persona, la chiarezza e la forza delle sue parole. Doveva essere il testo post-sinodale. È diventato invece il documento che esprime la sua visione del vangelo, della Chiesa e, di conseguenza, della missione. È il suo documento programmatico, la sua carta di identità. Di questo documento, che non lascia indifferenti, sottolineo solo alcuni aspetti. Il testo è caratterizzato da un’inclusione: inizia con la gioia del Vangelo, termina con lo Spirito Santo: evangelizzatori con Spirito. Inizia dicendo che tutto parte dalla gioia della scoperta di Gesù Cristo. Di solito i documenti ecclesiali iniziano con la lista delle difficoltà, dei limiti di questa cultura (il lungo elenco degli “ismi”, nel quale ci siamo specializzati). Papa Francesco salta questo passaggio, anche se non è affatto ingenuo, e dice che l’annuncio parte dalla gioia di avere ricevuto un dono così grande. La partenza non sono le analisi sociologiche sull’attuale cultura, ma la bellezza di quanto abbiamo ricevuto. Il testo finisce dicendo che l’evangelizzazione è l’azione misteriosa dello Spirito e che l’annuncio da parte della comunità ecclesiale è un servizio di mediazione alla sua opera, una diaconia dello Spirito. All’inizio sta la gratuità del dono, alla fine la libertà di condividerlo sapendo non è competenza nostra farlo accogliere, ma opera dello Spirito Santo. In mezzo ci sta l’appello a una conversione radicale, a una vera e propria riforma della Chiesa, di ognuna delle sue dimensioni, perché tutto nella Chiesa parli di vangelo. Il codice con cui viene chiamata questa “riforma” è appunto “missione”. Francesco non usa quasi mai il termine “nuova evangelizzazione”, ma preferisce missione, perché sente che l’evangelizzazione si gioca nella missione, nella forma con la quale la Chiesa sta al mondo e entra in relazione con esso. Dentro questa conversione missionaria si possono dire con parresia i sì del Vangelo, la benedizione di Dio all’uomo, ma anche pronunciare quei “no” che egli non ha paura di dire (1).

Una chiara espressione di questa evangelizzazione intesa come conversione missionaria viene dal suo linguaggio, che è in se stesso missionario. Una signora, madre di famiglia, che lavora in una scuola media come bidella, diceva all’insegnante di religione che il giorno prima le aveva regalato il testo: “Ma sai che questo lo capisco anch’io!”. Forse la rivoluzione più grande di papa Francesco, e dell’EG in particolare, non sta nei contenuti che dice, ma nel linguaggio: la fede è tolta dal recinto del sacro e restituita alla profanità della vita. Il linguaggio di papa Francesco è rivelatore della sua concezione di fede, di Chiesa, di evangelizzazione.

Dopo questa introduzione, affronto il tema della missione attraverso i seguenti punti:
1. Il contesto nel quale ci troviamo
2. La conversione missionaria
3. La visione di fede e di evangelizzazione
4. Il contenuto che siamo chiamati ad annunciare
5. Lo stile missionario
Concluderò richiamando come sintesi l’invito alla radicalità della profezia.

 

1. Il contesto

Possiamo definire il contesto attuale come “fine del cristianesimo sociologico”.
In un incontro di formazione che ho avuto il 24 giugno scorso con il clero della diocesi di Rovigo, nel Triveneto, don Luigi, parroco della parrocchia di Ramodipalo di Lendinara mi raccontava che proprio quel giorno, 20 anni prima, la sua chiesa aveva subito una vera catastrofe. I fedeli se ne erano già andati e lui aveva appena chiuso la porta. Improvvisamente tutto diventò nero, poi un grande boato e una nuvola di polvere. Quando la polvere si fu diradata don Luigi rimase senza fiato. Non c’era più il campanile! Una tromba d’aria lo aveva sradicato e lasciato cadere rovinosamente sul tetto della chiesa. Gli chiesi se avevano ricostruito il campanile. Mi disse che avevano ristrutturato la chiesa, riaperta 12 anni dopo, ma il campanile no, per mancanza di soldi. Ho iniziato il mio intervento con i parroci della diocesi di Rovigo con quel ricordo. La chiesa ha conosciuto in questi ultimi anni un vero e proprio tornado. Quel campanile, simbolicamente al centro di ogni paese, segnava una coincidenza tra il civile e il religioso e faceva della chiesa il centro della vita della gente. Quel campanile crollato è una realtà di ogni comunità ecclesiale nella cultura annuale, sicuramente in quella europea. Ho terminato il mio incontro con i preti di Rovigo invitando a trasformare una disgrazia in una scelta e a ristrutturare la pastorale non ricostruendo più il campanile, e non per mancanza di risorse economiche e umane, ma per scelta, per quella che possiamo chiamare una nuova figura di comunità ecclesiale tra le case della gente.
Questa immagine esprime bene dal mio punto di vista sia la situazione attuale rispetto alla fede, sia l’approccio di Evangelii Gaudium.

Siamo a pochi passi dalla fine del cristianesimo sociologico. Di quel cristianesimo, cioè, nel quale cristiano e cittadino coincidevano e nel quale non si poteva essere altro che cristiani: la fede ereditata, e di conseguenza dovuta, scontata, obbligata. È terminato il tempo del «catecumenato sociologico» (Joseph Colomb). Siamo in un tempo nel quale le persone, immerse in un pluralismo culturale e religioso, scelgono se essere cristiani o meno, perché la cultura attuale non trasmette più la fede, ma la libertà religiosa. La risposta inadeguata a questa situazione è quella della nostalgia, che pastoralmente si traduce nel moltiplicare l’impegno per riportare le cose riguardanti la fede a come erano prima, quando tutti e tutte si riferivano alla chiesa. Si tratta di una generosità pastorale mal orientata. Se la Chiesa continua a rimanere fissata su ciò che le sta alle spalle, sarà trasformata ben presto in una statua di sale (Gn 19,26).
La direzione giusta è invece quella di una pastorale della proposta, di una comunità che nel suo insieme, in tutte le sue espressioni e dimensioni, si fa testimone del Vangelo dentro e non contro il proprio contesto culturale.

Noi siamo nati come lievito; nel tempo siamo diventati pasta; diventando pasta (cristianesimo sociologico) abbiamo perduto la nostra forza lievitante. Il Signore sta riconducendo la sua Chiesa a vivere come una minoranza. La tentazione ecclesiale può essere quella di ripiegarci in una “minoranza setta”, cioè “a parte” dalla storia e dalla cultura, o, peggio, una minoranza “contro”. Come essere minoranza lievito e non minoranza setta o minoranza contro? Questa è la posta in gioco. È su questo punto che si gioca il futuro della fede cristiana. L’appello, di cui il papa si fa autorevole eco, è di divenire una minoranza “per”, a favore della pasta. Ricuperiamo allora lo spirito della lettera a Diogneto, che così si esprimeva: «i cristiani sono, nel mondo, ciò che è l’anima nel corpo» (Lettera a Diogneto, 6).
C’è da rammaricarsi di fronte all’attuale scenario non più cristiano? Per Evangelii Gaudium c’è da gioire, perché quello che ci aspetta è potenzialmente meglio di quello che stiamo perdendo. Usciamo dal cristianesimo dell’abitudine e dell’obbligo, andiamo verso una adesione alla fede segnata da libertà e gratuità. Mi sembra questo un primo elemento decisivo da accogliere da Evangelii Gaudium: esprime fin dal titolo la gioia, una gioia che manifesta la disponibilità ad abitare questa cultura senza più campanili come situazione favorevole per l’annuncio del Vangelo.


2. La conversione missionaria

Evangelii gaudium assume questa prospettiva e invita a una svolta: la coonversione missionaria.


«Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, « ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale ». (EG 27).

Si colloca su questo punto la differenza forte tra il Sinodo sulla nuova evangelizzazione e Evangelii gaudium. Il Sinodo aveva dato una risposta spirituale alla sfida: perché l’evangelizzazione sia nuova occorre che diventino “nuovi” gli evangelizzatori. L’invito alla conversione è stato la parola d’ordine (si veda il Messaggio al popolo di Dio). I motivi sono noti: la celebrazione del Sinodo ha coinciso con una grave crisi interna alla Chiesa: pedofilia, lotte di potere in Vaticano, scandalo dello IOR. Ma il Sinodo aveva fatto metà strada. Papa Francesco va oltre e propone l’altra metà: la conversione personale chiede la conversione istituzionale, cioè la riforma.
Per “riforma” della Chiesa papa Francesco intende che ogni espressione di chiesa parli del Vangelo, affinché le parole siano visibili nella forma di vita e il modo di vivere sia esplicitato nelle parole. Non è altro che la conseguenza per la Chiesa dello stesso stile di Dio: «eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto» (Dei Verbum, 2).

3. La visione di fede e di evangelizzazione

Ma c’è un secondo aspetto di novità nell’approccio di Papa Francesco. Riguarda ciò che motiva la Chiesa al compito dell’annuncio.

a) La convinzione fondamentale: Lo Spirito è stato diffuso in tutti i cuori
L’orizzonte corretto per ogni azione missionaria è la consapevolezza che la Chiesa in senso proprio non dona la fede, ma la testimonianza della fede. È lo Spirito Santo che genera la fede, in quanto è il solo che può aprire la libertà delle persone e renderle disponibili alla grazia della Pasqua. Quindi, se noi possiamo con tranquillità testimoniare la fede è perché siamo consapevoli che lo Spirito è stato effuso in tutti i cuori, e che quindi la “grazia prima” della Pasqua ha già misteriosamente raggiunto tutti e lo Spirito agisce in tutti. Su questa realtà poggia ogni atto di evangelizzazione. Noi non facciamo che rendere possibile quello che già è in atto.

«Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina, e perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (GS 22).

b) La fede “non necessaria”
Per questo motivo noi dobbiamo riconoscere che c’è già in tutti una “grazia prima” (più originale del peccato originale, secondo l’espressione del gesuita André Fossion) o una fede elementare (secondo l’espressione di Christophe Theobald). Non è pensabile infatti che Dio abbia riservato il suo amore solo a un gruppo di privilegiati. Dobbiamo anche concludere (o semplicemente constatare) che si può essere umani, si può vivere la vita senza un riferimento esplicito al Signore Gesù. Noi incontriamo persone umanamente buone, senza che siano cristiane: possono essere di altre fedi, o agnostiche, o atee. Dovremmo pensare di più al fatto che il Dio stesso di Gesù Cristo ha deciso di rendersi “non necessario”. È questo il senso profondo del dono dello Spirito a Pentecoste: Il Risorto sottrae la sua vicinanza fisica perché sia possibile la sua “presenza”, una presenza nella forma della discrezione assoluta, della disponibilità senza necessità. Questa affermazione, per chi ha incontrato il Signore Gesù, non significa affatto che Gesù Cristo non sia necessario, ma che l’adesione esplicita a lui non ne condiziona l’amore, la disponibilità e la salvezza (2).
La fede, intesa come adesione esplicita al Signore Gesù dentro la comunità ecclesiale, non condiziona il suo amore, come dice il CCC: «Dio ha legato la salvezza al sacramento del battesimo, tuttavia egli non è legato ai suoi sacramenti» (CCC 1257).
Riteniamo dunque che in tutti e tutte c’è una grazia prima o una fede elementare. E che in qualcuno maturi, in forza di una “grazia seconda”, la “fede del discepolo”. Noi siamo tra quelli che sono stati raggiunti dalla “grazia seconda” e che quindi abbiamo aderito esplicitamente al Signore Gesù.

c) La fede determinante e l’evangelizzazione necessaria
Gli uomini e le donne di oggi perseguono la loro felicità spesso fuori dalla mediazione della Chiesa e della fede esplicita nel Signore Gesù. Dentro le loro traversate umane possono trovare un senso anche senza la fede.
La fede in Cristo sarebbe dunque secondaria? E l’annuncio sarebbe facoltativo? Non necessario? Chi ha incontrato il Signore Gesù è vincolato al suo comando: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15); «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).
Segnalo tre ragioni per cui l’annuncio di una fede “non necessaria” (cioè gratuita) è necessario.

- Paolo VI si esprimeva così:

«Non sarà inutile che ciascun cristiano e ciascun evangelizzatore approfondisca nella preghiera questo pensiero: gli uomini potranno salvarsi anche per altri sentieri, grazie alla misericordia di Dio, benché noi non annunziamo loro il Vangelo; ma potremo noi salvarci se, per negligenza, per paura, per vergogna – ciò che s. Paolo chiamava “arrossire del Vangelo” – o in conseguenza di idee false, trascuriamo di annunziarlo?» (EN 80).

Il senso di questo testo è il seguente: Dio può salvare e salva al di là del nostro annuncio; ma se noi non annunciamo, potremo essere salvi? Non nel senso che non evangelizzando manchiamo a un dovere, ma nel senso che noi, oggetto grazioso della grazia seconda, non l’abbiamo fatta nostra, non ci ha raggiunto. E allora è legittima la domanda sulla nostra salvezza. Se l’incontro con il Signore Gesù ha raggiunto la nostra vita, questo non può essere tenuto per se stessi. Se è tenuto per noi stessi, allora non ci ha raggiunto, e quindi è legittima la domanda sulla nostra salvezza.
Dunque, l’evangelizzazione è necessaria per noi, per la nostra identità profonda.

- Ma c’è un altro motivo, che Papa Francesco mette bene in evidenza.

«L’entusiasmo nell’evangelizzazione si fonda su questa convinzione. Abbiamo a disposizione un tesoro di vita e di amore che non può ingannare, il messaggio che non può manipolare né illudere. È una risposta che scende nel più profondo dell’essere umano e che può sostenerlo ed elevarlo. È la verità che non passa di moda perché è in grado di penetrare là dove nient’altro può arrivare … non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo, non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni, non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola, non è lo stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare. Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione. Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso ad ogni cosa. È per questo che evangelizziamo» (Evangelii Gaudium, 264-266).

Il secondo motivo della necessità dell’evangelizzazione è dunque l’amore per le persone, l’esigenza di dare loro quello che di più prezioso abbiamo, perché “non è la stessa cosa”, e se non è la stessa cosa per noi non possiamo tenere per noi questo tesoro.

- Infine la necessità nasce dalla gioia di quanto ci è stato dato gratuitamente: «perché la nostra gioia sia piena» (1 Gv1,1-4). Questo testo di Giovanni ci dice che mancherà sempre qualcosa alla nostra gioia se gli altri non potranno avere la stessa nostra fortuna.

Riassumiamo. Paradossalmente, la fede nello spazio del “non necessario” rende l’evangelizzazione necessaria per tre motivi:
a) prima di tutto per noi stessi, per la nostra salvezza;
b) poi per la nostra gioia, cioè per un’esigenza di gratitudine insita al dono della fede: «perché la nostra gioia sia piena» (1Gv 1,4).
c) infine per la nostra carità, che dona agli altri quello che di più prezioso possiede: noi evangelizziamo per custodire noi stessi, per la nostra gioia e perché «non è la stessa cosa».

Questo è dal mio punto di vista l’orizzonte dell’evangelizzazione secondo Evangelii gaudium. Veniamo sganciati da ogni “necessità” nel campo della fede (sia ricevuta che donata) e ci poniamo nella linea della gratuità. Consideriamo la fede come supplemento di grazia, paradossalmente “non necessaria ma determinante” (André Fossion). Questa esperienza di un gratis determinante (“non è la stessa cosa…”) è fonte della nostra gioia e della necessità intrinseca di comunicarla.

Sono convinto che il fatto di sottrarre la fede cristiana all’ordine della necessità non la collochi nello spazio del superfluo, ma del “più che necessario”, del di più gratuito non necessario ma determinante. E crediamo che questa figura di fede sia udibile, credibile e desiderabile in un contesto secolarizzato, segnato dalla libertà e dalla pluralità di percorsi umani e religiosi. E pensiamo che una proposta di fede così intesa accompagni nel modo giusto il passaggio da un cristianesimo sociologico a un cristianesimo della libertà e della grazia.

4. Il contenuto

Ma che cosa siamo chiamati ad annunciare in questa prospettiva di massima garuità e nel contesto culturale attuale? È la questione del contenuto. Su questo punto EG ci riporta all’essenziale.

«Abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale… Sulla bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”». (Evangelii gaudium, 164).

Attraverso una semplicità disarmante, Evangelii Gaudium è molto chiaro: in un contesto missionario occorre tornare all’essenziale, al fondamento della fede, che non è la dottrina, ma un evento testimoniato nel kerigma. E questo evento è la rivelazione del volto della misericordia di Dio. Per troppo tempo, dopo il Concilio, la Chiesa si è concentrata sulla dottrina e per difendere la dottrina a rischiato di offuscare il volto della Misericordia di Dio, che è la sintesi e il senso di tutta la dottrina. L’anno del giubileo della Misericordia è stato un modo per ricordarci e farci sperimentare che tutto il messaggio cristiano che siamo chiamati ad annunciare non è primariamente una dottrina, e neppure una morale, ma la testimonianza dell’amore incondizionato di Dio per tutti.

«Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti….» (Evangelii gaudium, 164).


5. Lo stile missionario

Possiamo ora accennare ad alcuni tratti conseguenti dello stile dell’annuncio nella prospettiva di Evangelii Gaudium.
È il contenuto stesso del primo annuncio e l’orizzonte sopra indicato che dettano lo stile della missione. Non si tratta infatti solo di evangelizzare, ma di “evangelizzare in maniera evangelica”. Questo stile può essere riassunto in quattro aspetti.

- La sospensione del giudizio: speranza
Il primo tratto dello stile dell’evangelizzazione è la sospensione del giudizio. Ogni persona è adatta al vangelo a partire dalla situazione nella quale si trova. È amata da Dio a prescindere. L’annuncio parte dalla partenza e non dal traguardo, cioè dalla situazione in cui si trovano le persone e non dall’ideale. E proprio perché ci affianchiamo alle persone così come sono possiamo aiutarle a fare un piccolo passo in più, quello che a loro è possibile: il bene possibile per loro. Il “bene possibile” per una persona è la volontà di Dio su quella persona.

- Fuori da ogni contratto: gratuità
L’annuncio non chiede condizioni preliminari. È unilaterale. È donato in atteggiamento di assoluta gratuità. A monte, l’annuncio chiede di uscire da ogni prospettiva di cristianità, nella quale si esigevano alcune condizioni morali per essere cristiani. A valle non calcola risultati, non fa censimenti. Lascia che la parola donata porti il suo frutto nella misura della possibilità della libertà umana e dell’azione dello Spirito Santo. Per questi motivi il vangelo rende l’evangelizzatore totalmente libero.

- La testimonianza: santità (corrispondenza)
Il terzo tratto dello stile dell’evangelizzazione è sicuramente la santità (personale, ecclesiale) intesa come corrispondenza tra forma e contenuto (Christophe Theobald). La Chiesa e ogni singolo testimone sono nella loro vita la visibilità (e dunque la prova della verità) del contenuto che annunciano. Tale esigenza è insita alla fede, perché il Gesù Cristo annunciato è l’icona stessa della santità di Dio, in quanto nella sua vita c’è stata perfetta autenticità, perfetta corrispondenza tra contenuto e forma del suo annuncio .
Riportata alla Chiesa (e a ogni singolo credente) tale santità resta una “corrispondenza salvata”, quindi mai compiuta. In questo senso possiamo dire che la debolezza di chi annuncia è a sua volta testimonianza della gratuità dell’annuncio.

- Implicito e esplicito
Infine vale la pena ricordare che un tratto decisivo dell’annuncio sta nell’assumere volentieri il rapporto tra implicito e esplicito, vale a dire tra le parole esplicite quando è possibile dirle e quelle implicite. “Annunciate sempre il Vangelo, se necessario anche con le parole” (Papa Francesco ai catechisti, settembre 2013, riprendendo un’espressione di san Francesco). Le parole sono importanti, lo sappiamo per esperienza. Quando è il momento non devono mancare, perché hanno una forza sacramentale. Ma spesso la parola più profonda e l’unica possibile è quella di una presenza che custodisce per l’altro la speranza. L’annuncio implicito che si esprime nella prossimità ci fa custodi di speranza per coloro che in quel momento, in quel passaggio di vita non sono in grado di sperare. Questa custodia è il kerigma.
È per questo che la carità è la parola ultima dell’evangelizzazione, non un passaggio per arrivare ad essa. La carità è la forma che l’evangelizzazione prende quando essa parte dalle periferie e non dal centro.

Conclusione: la nostra missione come radicalità della profezia

Intendo concludere riassumendo il tema della missione nell’espressione “radicalità della profezia”, che ci viene chiesta da Papa Francesco.

«Mi attendo che "svegliate il mondo", perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. Come ho detto ai Superiori Generali “la radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico”. È questa la priorità che adesso è richiesta: «essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra … Mai un religioso deve rinunciare alla profezia».
(Lettera a tutti i consacrati, 28.11.2014).

Ho riportato questo passaggio della lettera ai consacrati, perché questa è certamente una delle sfide più forti che Papa Francesco rivolge alla vita religiosa. È molto importante che abbia chiarito che la radicalità è di tutte le forme di vita cristiana, perché tutti e tutte sono chiamati a seguire Gesù radicalmente secondo la forma di vita che è la loro. Questo ci fa sentire uguali a tutti (ai nostri genitori, alle persone che incontriamo, ai più poveri…), sulla stessa barca, ma con uno specifico dono da vivere e da offrire. È questo specifico che siamo chiamati a vivere con radicalità.
Che cosa vuol dire che il nostro specifico è la profezia? Non certo che siamo migliori degli altri, ma semplicemente che a favore di tutti investiamo sul futuro di Dio e cerchiamo di anticiparlo nel nostro limite. Mostriamo a tutti il traguardo verso il quale il mondo cammina per la grazia della Pasqua. E lo facciamo vedere in forme di vita comunitaria, nella presenza con i più deboli, nel custodire la speranza delle persone sfiduciate, malate, senza lavoro e senza prospettive. Siamo come san Giuseppe “custodi” di speranza e anticipatori di futuro. Davanti ai nostri fratelli e sorelle annunciamo che la vita preverrà sulla morte e che questo mondo non va verso la deriva, ma verso il Regno di Dio. Denunciamo anche ciò che non è secondo il disegno di Dio, che ne rallenta i passi dentro la nostra storia. Anche la denuncia è profezia, ma sempre una denuncia a favore, mai una denuncia contro. C’è dunque in noi, nella misura in cui coltiviamo la relazione con il Signore e con la gente, una lucidità spirituale, la capacità di vedere oltre. Non per merito, ma per dono.
Papa Francesco ci invita a far parlare i nostri carismi, a liberarne la profezia. Per questo ricorda che il carisma non coincide con le opere apostoliche: le opere passano, il carisma resta. Usa anche espressioni efficaci per dirci che non dobbiamo identificare la profezia del nostro carisma con le opere che stiamo mettendo in atto. Dice che il carisma non può essere “imbottigliato” né “pietrificato”, e che «la fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro».
In fondo, la missione che siamo chiamati ad attuare è proprio quella della profezia, la profezia che annuncia attraverso le nostre persone e le nostre struttura sempre della stessa cosa: che Dio ama tutti gratuitamente.

 

(1) No ad un’economia dell’esclusione, no alla nuova idolatria del denaro, no a un denaro che governa invece di servire, no all’inequità che genera violenza, sì alla sfida di una spiritualità missionaria, no all’accidia egoista, no al pessimismo sterile, sì alle relazioni nuove generate da Gesù Cristo, no alla mondanità spirituale, no alla guerra tra di noi.
(2) L’espressione “fede non necessaria” è volutamente paradossale. Intende dire che il Signore Gesù si fa presente e opera nel cuore, nella coscienza, e nell’agire degli uomini anche quando non è riconosciuto. Siamo nello spazio del gratuito, non inteso come facoltativo o irrilevante, ma come frutto di una sorpresa che irrompe e diviene determinante. Una sorpresa non più rinunciabile.
(3) Theobald parla di tre aspetti della credibilità assoluta di Gesù e del suo messaggio. Il primo è «l’ “autorità” (Mc 1,21.27, ecc. e parall.) di colui che brilla con la sua semplice presenza, perché in lui pensieri, parole ed azioni sono assolutamente coerenti in una sorta di semplicità di coscienza immediatamente accessibile agli altri: Gesù dice quello che pensa e fa quello che dice, niente di più, niente di meno»; il secondo è che « egli è anche in grado di imparare da un altro ciò che egli stesso è e ciò che “può” fare (cfr. ad esempio Mc 1,40ss; 5,30; 6,34; 7, 29; ecc., e parall.)»; il terzo indice di credibilità è che «Gesù non si attribuisce mai la capacità di convincere dall’esterno i suoi interlocutori della fondatezza della notizia di bontà. Al contrario, egli risveglia ciò che già vive nel loro cuore o nella loro coscienza, la “fede”, della quale egli così riconosce che ha la sua origine “altrove”», cioè dal Padre («Figlia, la tua fede ti ha salvata» (Mc 5,34; Lc 8,43; Mt 9,22). Theobald chiama tutto questo “santità”, corrispondenza perfetta tra contenuto e forma. Si veda: THEOBALD C., L’annuncio del Vangelo in un contesto secolarizzato, relazione tenuta a Verona, 12 marzo 2014.

 

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1 commento

  • Link al commento Penha Carpanedo Giovedì, 04 Maggio 2017 13:26 inviato da Penha Carpanedo

    Maravilhosa perspectiva se coloca a partir da fala do irmão Enzo Biemmi. Vinhos novos em Odres novos, de fato, implica em conversão pessoal e insticional, para um novo estilo de vida missionário e profético,que atue em comum-ação com tantas forças da ESPERANÇA em defesa da vida e contra as estratégias da morte.

    Nossa comunidade cada dia se lembra em oração de todas as capitulares para que seja conduzidas pelo Espírito. irmã Penha Carpanedo, comundidade dom Timóteo, São Paulo, Brasil.

    Rapporto

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